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Nato nel 1937 a Guardia di Folgaria, Cirillo Grott ha frequentato la Scuola d'Arte di Ortisei e quindi l'
Accademia di Belle Arti a Roma, seguendo i corsi del maestro Pericle Fazzini. All'inizio degli anni Sessanta si trasferì in Svizzera dove lavorò presso uno scultore e in quel periodo realizzò le sue prime opere che furono esposte in una collettiva a Losanna. In seguito ritornò ad Ortisei dove lavorò assiduamente alle sue sculture che furono esposte prima in una mostra a Firenze e quindi a Monaco di Baviera.
Nel 1963, a Rovereto, aprì un suo atelier che in seguito divenne anche Galleria. Iniziò da quel momento un'intensa attività espositiva personale e di organizzazione di mostre altrui. Si dedicò anche alla pittura e scrisse molte poesie. Viaggiò spesso e portò le sue opere alle più importanti rassegne in Italia e all'estero. Morì prematuramente nel 1990. Dopo la sua morte, la sua opera è stata al centro di varie iniziative espositive ed editoriali ed è in continua rivalutazione da parte della critica. Le sue opere sono esposte in permanenza alla Casa-Museo di Guardia di Folgaria.


La sua voce, la sua via
   
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Le radici
Nemo propheta in patria

 


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La morsa della vita
(1972-1973)

Ulivo, h 180 cm

 

La sua voce, la sua via      (English  -  Deutsch  -  Français  -  Castellano)     back

"Non rimane altro che fermare la macchina del mio cervello per un momento, un momento in cui io possa rivedere alcuni dei miei passi. Fermare una macchina non è facile quando questa corre velocemente per coprire un percorso già destinato.
Ricordo la mia infanzia, quando pascolavo le capre nei boschi della mia valle; ero sempre curioso di vedere ogni giorno una cosa nuova. Cercavo vicino ai ruscelli l'argilla per impastare piccoli oggetti, seccarli al sole e portarli a mia madre: quando un giorno, purtroppo, si spezzava un filo di questo amore con la morte di mia madre. Avevo allora sedici anni. Seguii la vita di mio padre, quella dell'emigrante in Svizzera. Staccato dal mio mondo di fanciullo, la responsabilità mi mordeva dentro. Lavoravo da manovale, ricordo i capicantiere infuriati e guardinghi; si celava dentro di me l'angoscia della libertà, di vedere cioè mio padre e me, come gli altri uomini, liberi di esprimere, di dare un messaggio; ma purtroppo quello si smorzava nella sera quando l'uomo era sfruttato. Lavorai circa quattro anni in Svizzera; quindi mi sentivo di tornare, di frequentare una scuola d'arte, e scelsi quella d'Ortsei.
Lassù imparai a vedere le forme nel legno, in quella valle che, pur fredda e ostinata, mi avviava a seguire la mia fantasia, a ricercare il mio io. Erano troppo convenzionali quegli uomini del legno, con le loro Madonne dipinte e commerciali, con i loro visi da soldi, commercianti di Cristi lucidati, caparbi nel loro mestiere. C'erano, però, anche dei buoni maestri dell'anatomia.
Lo studio anatomico non è mai sufficiente, affinché studiare dia vita a rinnovare e rivedere ciò che si è fatto, a capire ciò che non serve, a smantellare quello che di genuinità possa rimanere in un uomo per dare vita a forme più libere. Quest'uomo talvolta vegetale da innestare in una pianta, in un tronco, per dire questa vita di radici, dalla quale trarre tratti di anatomia, di visi, o di mani, messe qua e là come Dio vuole.
É chiaro il discorso: le mie sculture in legno sono delle macchine raccontate con l'arcaico legno. Quello che l'uomo con le sue mani per millenni trasformò in attrezzi da lavoro, in macchine di tortura, in aratri, in palafitte: questa materia tanto vicina all'uomo da sempre, tanto calda e tanto aspra.
Come posso liberarmi del legno se mi occorre per costruire le palafitte della mia fantasia, la trasmissione meccanica del mio cervello, il calore dell'amore, i ricordi del mondo, insomma il mio racconto che non finisce in un tronco di legno, né in una pietra e neppure nel bronzo?
Penso che un artista, soprattutto, deve essere in regola come uomo di fronte a tutto e a tutti. Cerco il calore umano: la mia è una spietata denuncia esistenziale." (Cirillo Grott)

Folgaria, 20 gennaio 1974

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A Word from Cirillo Grott Himself          (Italiano  -  Deutsch  -  Français  -  Castellano)     back

"It is not easy to stop my brain while it is racing ahead on new projects to take a look back at certain steps I have taken in my life.
I remenber my childhood when I used to take the goats to pasture in the woods of my valley. I was always inquisitive, always looking for new things. I would take clay from the banks of the brooks, model it, dry it in the sun and then take the end results to my mother. I passed a happy, enthusiastic childhood with the love for nature until one day this spell was broken by the death of my mother. I was sixteen.
Leaving my childhood behind and with responsability eating into me, I joined my father in Switzerland. I worked as a manual worker and I can still remember the harsh foremen. I was pent up with anguish, wishing that my father and I could be like other men, free to voice an opinion. But after the hard toil, at the end of the day, this desire was spent. After four years of this life I decided that it was the right time to take up my studies. I chose the Art School in Ortisei.
Up in Ortisei, in that cold, hard valley, I learnt to see forms in the wood and following my imagination, went in search of the real me. They were too conventional, those men of wood, with their painted Madonnas and their polished Christs; their faces reflectng money. There were, however, some good anatomy teachers.
The study of anatomy is never completed until through the study itself one takes a fresh look to find the essential, genuine man from which a more iberated form can be born. Hands and faces put here and there as God wanted. Tis form of man transplanted on a log, both with their own roots. it is clear what I am saying. My sculpture in wood is a means of speaking through this ancient wood, that which man, for thousands of years, transformed with his own hands into tools, instruments of torture, ploughs and palafitte. This material, ever near to man, so warm and so harsh. How can I liberate myself from wood if I use it in my imagination, in the mechanics of my brain, in the warmth of love, in the memories of the world? In short, my story which may not end in a wooden log, a stone or in bronze.
In my opinion, above all, an artist has to be in order before everthing and everyone. I look for human warmth: mine is a relentless existential declaration". (Cirillo Grott)

Folgaria, 20th January 1974

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Sein Wort zum eigenen Werdegang          (Italiano  -  English  -  Français  -  Castellano)     back

"Es bleibt mir nichts anderes übrig, als die Maschine in meinem Gehirn einen Augenblick lang abzuschalten; einen Augenblick, der mir gestattet zurückzublicken. Es ist nicht leicht, eine schnell laufende Maschine, der ein bestimmtes Programm vorgegeben ist, abzuschalten.
Ich denke an meine Kindheit zurück, als ich in den Wäldern meines Heimatortes die Ziegen hütete. Ich war immer neugierig und entdeckte jeden Tag etwas Neues. Ich suchte am Bachrand nach Tonerde, um kleine Gegenstände daraus zu formen. Ich ließ diese in der Sonne trocknen, um sie dann meiner Mutter zu bringen. Es war eine Kindheit und Jugendzeit voller Begeisterung und Bewunderung für die Natur: bis eines Tages - mit dem Tod meiner Mutter - ein Faden in dieser Liebe und Naturverbundenheit zerrissen wurde. Ich war damals 16 Jahre alt.
Ich zog daraufllin mit meinem Vater als Emigrant in die Schweiz. Abgeschnitten vom Ort meiner Jugendzeit wie ich war, spürte ich eine große Verantwortung in mir. Ich fand eine Anstellung als Arbeiter. Ich erinnere mich an die erzürnten Vorarbeiter, die uns ständig beaufsichtigten. In meinem Inneren staute sich der Drang nach Freiheit. Ich wollte mich und meinen Vater auch als ebenbürtige, freie Menschen sehen, die sich in der Gesellschaft bewegen und ihre Meinung frei ausdrücken können. Leider erlöschte dieser Drang jeden Abend, wenn wir müde und abgehetzt von der Arbeit kamen. Ich arbeitete ungefähr vier Jahre in der Schweiz: dann spürte ich, daß ich nach Hause mußte, und entschloß mich, eine Kunstschule zu besuchen. Ich wählte jene von St. Ulrich im Grödental.
Dort lernte ich die Formen im Holz zu sehen. In jenem kalten, unwirtlichen Tal zeigte man mir, wie ich dem Weg meiner Phantasie folgen und mein "Ich" finden kann. Diese Holzschnitzer dort fand ich irgendwie konventionell mit ihren bemalten "Serien-Madonnen" mit Gesichtern, die nach Geld und Verdienst aussahen. Holzschnitzer als Händler von glänzenden, glatten Christusfiguren, Händler, die ihr Handwerk verstanden. Ich hatte allerdings auch gute Lehrer, z.B. jene, bei denen ich Anatomie studierte. Mit Anatomie kann sich ein Künstler nie genug befassen. Dadurch kann man sich erneuern, überdenken, was man schon geschaffen hat, verstehen, was überflüssig ist, enthüllen, was an Eigenheit im Menschen übrighleiben kann, urn freieren Formen Leben zu geben. Ich meine also, daß ich den Menschen unserer heutigen Ziet aufzeigen will. Diesen Menschen, oft ein vogetarischer, Mensch, möchte ich einem Baumstamm aufpfropfen, diesen Wurzeln Leben zu geben, aus ihnen dann anatomische Züge herausholen, wie Gesichter, Hände, die sich hier und dort zeigen.
Was ich sagen wil1 ist ganz klar: meine Holzskulpturen sind wie die Geschichte einer Maschine, erzählt von diesem uralten Holz. Der Mensch hat seit Jahrtausenden dieses warme und doch harte Material verwendet, um es in Handwerkzeuge, in Folterwerkzeuge, in Pflüge, in Pfahlbauten umzuwandeln: die Materie Holz ist dem Menschen seit jeher eng verbunden. Ich kann doch nicht auf Holz verzichten! Ich brauche es, um die Pfahlbauten meiner Phantasie aufzurichten, das mechanische Getriebe in meinem Gehirn anzutreiben, die Wärme der Liebe auszudrücken, alle meine Erinnerungen hervorzuholen; um es kurz zu sagen, meine Geschichte hört nicht beim Holz auf, auch nicht beim Stein oder bei der Bronze.

Ich denke, daß besonders ein Künstler mit sich selbst und mit seiner Umgebung in Ordung sein muß. Ich suche die menschliche Wärme": da gesagte ist eine unerbittliche existentielle Anzeige.

Folgaria, den 20. Jänner 1974

Cirillo Grott

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Sa voix, sa voie          (Italiano  -  English  -  Deutsch  -  Castellano)     back

"Il ne reste qu'arrêter la machine de mon cerveau pour un instant, un instant pendant lequel je peux revoir quelqu'un de me pas. Arrêter une machine il n'est pas facile lorsque celle-ci roule vite pour couvrir un parcours déjà déstiné.
Je me rappelle de mon enfance, quand je menais au paturage les chèvres dans le bois de ma vallée. Moi j'étais toujours curieux de voir chaque jour quelque chose de nouveau. Tout près des ruisseaux je cherchais l'argile pour pétrir des petits objets, les sécher au soleil et en faire un cadeau à ma mère. Une enfance pleine d'enthousiasme, d'admiration pour la naure. Malheureusement le fil de cet amour se brisa le jour où ma mère est morte. Moi, à cette époque, j'avais seize ans.
Je suivis la vie de mon père, celle de l'èmigrant en Suisse. Eloigné de mon milieu enfantin, la responsabilité me mordait dedans. Je travaillais comme aide-maçon. Je me rappelle le chef du chantier enragés et prudents. Dans moi se cachait l'angoisse de la liberté, de voir, soit mon père que moi, tout à fait comme les autres hommes, libres d'exprimer, de donner un message, mais malheureusement cela disparaissait le soir quand l'homme était épuisé. J'ai travaillé quatre ans en Suisse, mais je songeais de retourner, de fréquenter une école d'art, et je choisis celle d'Ortisei.
Là-bas j'ai appris à voir les formes dans le bois, dans cette vallée qui , même froide et obstinée, m'apprend à suivre ma fantasie et rechercher moi même. Ces travailleurs du bois, avec leur Vierges peintes et commerciales, au visage à argent, marchands de Christ polis, entetés dans leur métier, étaient trop conventionnels pour mon esprit. Toutefois il y avait aussi quelque sage maître d'anatomie. L'étude anatomique ne suffit jamais au but de donner l'essor à renouveler, à revoir ce qu'on a fait, à comprendre ce qui ne sert pas, à démanteler ce que de naif peut rester dans un homme pour donner vie à des formes libres. Ce que je veux dire, enfin, c'est de dénoncer l'homme de notre temps. cet homme quelquefois végétal à insérer dans une plante, dans un tronc, pour exprimer la vie des racines, d'après lesquelles en tirer des éléments d'anatomie, des visages, ou bien des mains mises par-ci par-là comme veut Dieu. Le discours est bien clair: mes scultures en bois sont des machines contées avec le bois archaique. Ce que l'homme avec ses mains pendant des millénaires a transformé en outils de travail, en machine de torture, en charrues, en pilotis: cette matière aussi proche de l'homme de toujours, bien chaude et bien âpre.
Comment puis-je me libérer du bois, s'il me faut pour construire les pilotis de ma fantaisie, la transmission mécanique de mon cerveau, la chaleur de l'amour, les souvenirs du monde, enfin le conte qui ne finit pas dans un tronc de bois, ni dans une pièrre, ni aussi dans le bronze?
Je pense qu'un artiste doit être en règle, surtout, comme homme en face de tout et de tout le monde. Je cherche la chaleur humaine": la mienne est une impitoyable dénonce existentielle. (Cirillo Grott)

Folgaria, 20 janvier 1974

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Su voz, su camino          (Italiano  -  English  -  Deutsch  -  français)     back

"No me queda sino parar la máquina de mi cerebro por un instante, un instante en que yo pueda volver a ver algunos de mis pasos. No es fácil parar una máquina cuando ésta corre rápida para recorrer un camino ya destinado.
Recuerdo mi infancia, cuando pastoreaba las cabras en los bosques de mi valle; tenía siempre curiosidad de ver cada día algo nuevo. Buscaba, cerca de los arroyos, la arcilla para crear pequeños objetos, dejarlos secar al sol y llevárselos a mi madre: cuando un día, desgraciadamente, un hilo de este amor se quebraba a causa de la muerte de mi madre. Tenía entonces 16 años. Seguí la vida de mi padre, la del emigrante en Suiza. Desarraigado de mi mundo infantil, la responsabilidad me quemaba por dentro. Trabajaba como albañil; recuerdo a los capataces enfadados y desconfiados; dentro de mí se celaba la angustia de la libertad, de ver a mi padre y a mí mismo como los demás hombres, libres de expresarse, de dar un mensaje que, desafortunadamente, se apagaba en la noche cuando el hombre era explotado. Trabajé en Suiza durante casi cuatro años; luego, sentí que debía volver, frecuentar una escuela de arte y elejí la de Ortisei.
Allí aprendí a distinguir las formas en la madera, en ese valle que, a pesar de ser frío obstinado, me encaminaba a seguir mi fantasía, a buscar mi verdadero yo.
Eran demasiado convencionales esos hombres de la madera, con sus Virgenes pintadas y comerciales, con sus caras de dinero, comerciantes de Cristos brillantes, tercos en su oficio. Pero también había entre ellos buenos maestros de anatomía. El estudio de la anatomía nunca es suficiente, hasta lograr que el estudiar signifique renovar y volver a ver lo que se ha hecho, comprender lo que no sirve, desmontar lo que de genuino pueda haber quedado en un hombre, para dar origen a formas más libres. Este hombre, a veces vegetal que injertar en una planta, en un tronco, para decir esta vida de raices, de la cual sacar rasgos de anatomía, de rostros o de manos, puestas aquí y allá como Dios quiera.
Está claro mi discurso: mis esculturas de madera son unas máquinas narradas utilizando la madera arcaica. Lo que el hombre durante miles de años ha estado transformando con sus manos en herramientas de trabajo, en máquinas de tortura, en arados, en palafitos: esta materia, tan cercana al hombre desde siempre, tan cálida y tan áspera.
Cómo puedo deshacerme de la madera si ella me hace falta para construir los palafitos de mi fantasía, la transmisión mecánica de mi cerebro, el calor del amor, los recuerdos del mundo, en fin, mi relato que no termina en un tronco de madera, ni en una piedra y ni siquiera en el bronce?
Creo que un artista debe, sobre todo, comportarse de manera irreprensible como hombre frente a todo y a todos. Busco el calor humano: la mía es una despiadada denuncia existencial." (Cirillo Grott)

Folgaria, 20 de enero de 1974

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Il piccolo Cirillo
con i genitori
 

Le radici

Guardia, un paesino sospeso fra terra e cielo, circondato da boschi, prati e dirupi. Immerso in questo incantevole e al tempo stesso fiabesco paesaggio, Cirillo Grott ha plasmato la sua sensibilità e ha iniziato il suo cammino verso l'arte del bulino e della penna. I tronchi nodosi dei pini e degli abeti, le lacrime di resina nelle ferite della scorza, il manto azzurro
dei faggi, il bianco striato delle betulle, il guizzo di una lepre fra i rovi, il volo di un falchetto o uno scoiattolo appollaiato
su un ramo, i colori smaglianti dell'autunno, il rosso dei ciliegi, l'ocra dei larici, l'azzurro dei colchici, il candore dell'inverno e i ceppi accatastati fuori dalla porta di casa o sul poggiolo, da consumare nella stufa, ecco ciò che è entrato nelle pupille e nell'animo di Cirillo Grott nei suoi primi anni di vita.

Sull'Europa spira aria di guerra (siamo nel 1937) e la madre, per partorirlo fra le sue montagne e la sua gente, ritorna in fretta dalla Corsica ove viveva con il marito che vi si era recato a lavorare.
L'infanzia, Cirillo la trascorre a Guardia. Gioca e si muove in tutta libertà, seguito attentamente dalla madre. Si rivela un bambino particolarmente sensibile e curioso. Non gli sfugge niente. La natura incontaminata è il suo primo libro, la creta raccolta lungo i ruscelli è la sua prima materia. Con l'inizio della scuola, dopo i compiti, esegue i primi intagli nel legno con il temperino, seduto alla luce di una finestra della cucina, accanto al fuoco.
La madre gli è molto vicina, lo incoraggia, intuisce e apprezza quei suoi lavori di poco conto, ma che palesano già un certo gusto fantasioso. Nei nodi del legno Cirillo inserisce caratteri somatici di madonne o animali.
A Roma Cirillo ha una zia, sorella del papà, e questa circostanza gli apre le porte della capitale con tutti i suoi tesori d'arte. Durante le vacanze vi si reca frequentemente, ben accolto dalla zia che lo accompagna di musco in museo, e nulla sfugge ai suoi occhi intelligenti e desiderosi di conoscere. Sculture, dipinti, architetture di ieri e di oggi, tutto lo interessa.
Ma non si accontenta di "vedere". Nello stesso periodo è tentato dalla lettura, e gli passano per le mani poeti classici quali Omero, Virgilio e Dante, nonché contemporanei, sia italiani che stranieri.
A causa delle precarie condizioni economiche della famiglia il padre muratore lo indirizza verso lo stesso mestiere e lo iscrive alla scuola per operai edili di Folgaria. Cirillo la frequenta per un anno, dando prova di riuscire in tutto, ma particolarmente nel disegno geometrico e a mano libera. Questa esperienza gli servirà molto nella vita, oltre che a favorire la sua passione per la scultura.
Siamo nel 1953 e Cirillo ha sedici anni. Col consenso della madre e del padre entra da apprendista in un laboratorio di Folgaria dove si eseguono piccole sculture in legno che poi vengono spedite in America.
Ma ecco la tragedia: il 14 febbraio dell'anno successivo gli muore improvvisamente la madre, alla quale era molto legato. L'animo sensibilissimo di Cirillo rimarrà profondamente scosso.
Lascia il laboratorio di Folgaria e segue il padre in Svizzera, ove entrambi lavorano in un cantiere. Se ne vanno così quattro stagioni lavorative. La giornata è lunga e il lavoro pesante. Tuttavia Cirillo non disarma e ne approfitta per studiare il tedesco, mentre sogna i ruscelli dei suoi boschi, la sua Guardia, i volti degli amici. La Svizzera è molto bella, scriverà ai conoscenti, ma i "suoi" boschi sono tutt'altra cosa. I suoi pensieri sono rivolti alla scultura e la speranza di potersi esprimere liberamente con questo mezzo gli brucia dentro.
Nel 1957 si iscrive alla Scuola d'Arte di Ortisei, lavorando contemporaneamente nei laboratori dei migliori maestri scultori della zona. Cirillo si impegna a fondo. Apprende a maneggiare tutti gli strumenti dell'arte, a conoscere i nomi e soprattutto la consistenza, cioè l'anima, del legno. Dalle sue mani e dalla sua sensibilità creativa escono sculture che si differenziano da quelle standardizzate della scuola. La sua attività espositiva inizia proprio a Ortisei, nel 1958, dove presenta un S. Francesco di chiara concezione moderna.
Terminato il corso di studi, parte per il servizio militare a Verona e poi a Bressanone. Non perde, comunque, tempo: frequenta un corso per infermieri promosso dall'ospedale di Verona, dove ha la possibilità di assistere a operazioni chirurgiche, cosa che gli servirà non poco per la conoscenza dell'anatomia. A conclusione del corso gli rilasciano la licenza con la qualifica di "lodevole". A Bressanone si iscrive ai corsi di plastica tenuti dal maestro Weis all'Istituto di Belle Arti, ed espone alla Galleria S. Erardo.
Dopo ulteriori studi all'Accademia di Roma, inizia quella che sarà la sua sistematica attività di perfezionamento ed espositiva, perseguita fino all'ultimo giorno della sua breve vita. (Talieno Manfrini)

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Torso d'uomo
(1973)

Acero, h 130 cm

 

Nemo propheta in patria

"Nemo propheta in patria" è una massima, ahimè, sempre attuale. Sto pensando da qualche tempo alla solitaria, sconosciuta, imprevedibile ricchezza d'animo dello scultore folgaretano Cirillo Grott, morto anzi tempo.
Non è mai stato capito nel suo paese, non è mai stato gratificato dall 'esecuzione neppure di una delle opere pubbliche di cui gli era stato richiesto un bozzetto. E pensare che un suo torso di legno o di bronzo, sofferto, potente, aspro, ben avrebbe comunicato sentimenti eterni di dolore e di pena al posto del fasullo e melenso monumento ai Caduti finalmente nascosto ora alla vista in un giardinetto.
Certo molta amarezza aveva dentro Grott, molta. Ed era fin troppo facile leggergliela sul viso.
Ricordo che mi imbarazzava, passando davanti alla sua bottega, più volte al giorno magari, attirata da certe sue sculture forti e vibranti, la sua presenza all'interno o sulla soglia. Più volte già avevo discorso con lui della fatica e incomprensione degli artisti nel mondo d'oggi. Concordavo con lui sulla miopia dei conterranei, ma in realtà si trattava forse di ignoranza nel senso doppio di mancanza di conoscenza del vero messaggio e dei veri contenuti delle sue opere e di mancanza di cultura artistica. Non, intendo, del tipo libresco, ma dell'abitudine a coltivare l'amore per il bello, di saper discernere e apprezzare. Ricordo numerose chiacchierate piene di amarezza. Eppure mai si perdeva d'animo, sempre tornava al suo scalpello, ai suoi fogli, ai suoi colori, alla natura stupenda tanto amata fin nelle sue linfe più sottili e magiche, che riuscivano a ispirarlo ogni giorno di nuovo. (
M. Antonietta Zancan)

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Biografia di Cirillo Grott

 

 

© 2000 - 2010 Grott
ultimo aggiornamento
12 marzo 2010

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