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LA CRITICA

Cirillo Grott anche poeta? di Gino Geròla

Cirillo Grott: l'arte come ricerca dell'assoluto, di Benvenuto Guerra

L'immaginario Poetico di Cirillo Grott
Il bisogno di poesia
La natura e la violenza
Il visionario e il silenzio
di Renzo Francescotti

Cirillo Grott: dal legno alla scultura,
di Enzo Di Martino

Scolpire nel Santo Nome di Maria,
di Marica Rossi

L'arte e il mistero cristiano, di Mario Marchiando Pacchiola

Cirillo Grott Bildbauer und Poet di Josef Unterer
Cirillo Grott scultore e poeta  (versione italiana)


Il sentimento nel legno di Fernando Larcher

 

 

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Cirillo Grott anche poeta?

Un amico pittore e scultore, con la sua ricerca tesa, spasmodica in certi casi, le sue felici invenzioni, le sue angosce, le sue speranze. All'improvviso, nel pieno della sua vitalità, se ne va senza tanti preavvisi o clamori, quietamente, quasi si fosse di colpo placato il suo tormento di ricercatore.
E Sandra, ti passa un grosso mazzo di fogli, Cirillo Grott anche poeta? Ti prende subito un moto di diffidenza, come davanti a chi tenta diverse strade, spinto da motivi diversi dall' urgenza interiore, già sfogata nei quadri e nelle sculture. Nel senso che la vivezza e densità e singolarità delle immagini, nella massima parte delle pagine, rivela come la poesia gli maturi dentro di continuo e come sia un qualcosa di prorompente, che ha un forte bisogno di esprimersi concretamente, anche a costo che nessuno poi partecipi alla comunicazione, in quanto resta tutto nei cassetti. Una necessità interiore dunque, che si mantiene in disparte, quasi dovesse lasciare spazio alla pittura e alla scultura, per non turbarne l'immagine. In queste liriche, risalta in pieno la fantasia e la capacita espressiva di un autore vivo e vero, senza riserve o limitazioni. Si sostanziano di sogni, fantasie, emozioni, dolori, tensioni esistenziali, dentro cui vivono intensi i colori, gli elementi naturali, gli affetti, le angosce rese limpide e dolenti da una catarsi poetica, tragedie (personali e della società) appena tratteggiate, ma in grado lo stesso di penetrare l'attenzione del lettore. Certo, in primo piano campeggia sempre l'animo dell'artista, con la complessità dei suoi moti, delle sue avventure esistenziali e artistiche. Il tutto è nutrito da un saldo realismo, che fa quasi da piattaforma e che viene tramutato o amalgamato in trasfigurazioni da ricondurre nell'area dell'espressionismo o anche del surrealismo, in certi momenti. Il fatto è, dunque, che l'insieme si presenta come un frutto del tutto inatteso, come la realizzazione di un mondo, che ha avuto sì voce attraverso lo scalpello e il pennello, ma che qui trova forse la sua espressione più chiara e una completa, sofferta modulazione.
(Gino Geròla)

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Cirillo Grott: l'arte come ricerca dell'assoluto

Ho conosciuto Cirillo Grott alla fine degli anni Sessanta e subito ne ho apprezzato la straordinaria versatilità, la feconda inquietudine esistenziale e l'inesauribile spirito di ricerca. Erano tempi aperti all'utopia, conflittualmente percorsi da una grande ansia di rinnovamento, che si rifletteva anche nel travaglio e nelle opere degli artisti più autentici.
Grott, ancora molto giovane, si era già fatto apprezzare per alcune mostre personali tenute in diverse città italiane, incontrando favore di critica e di pubblico qualificato.
Artista multanime e poliedrico, nella sua proteiforme attività aveva privilegiato la scultura, sperimentandola in tutte le sue potenzialità tecniche ed espressive, ma era parimenti versato nel disegno, nella pittura e (come si è recentemente scoperto) nella poesia.
Grott plasmava vivide e tormentate figure in creta (che sovente trasponeva nel bronzo), ma soprattutto amava scolpire il legno, liberare l'idea e l'essenza spirituale della forma dalla "prigione" della materia. Certe sculture sono state realizzate anche assemblando e saldando oggetti desueti, ferri e lamiere: materiali di scarto dell'effimera società consumistica, quasi emblemi di ogni altra vita reietta, che l'artista ha voluto e saputo significativamente valorizzare nella catarsi del processo creativo. Come ogni scultore di vaglia, Grott è stato anche un notevole disegnatore: il suo segno è sintesi di dinamismo e plastica evidenza.
La produzione dell'artista degli anni Sessanta e Settanta è espressione di un grande travaglio personale e sociale: già dall'inizio la scelta cadeva su tronchi tormentati che venivano tradotti in figure scavate dalla pena di vivere, in cui la deformazione espressiva perveniva a esiti di autentica drammaticità.
Esemplare di questo travaglio è lo sconsolato tormento di Torso d'uomo, scultura lignea del 1973, vero tronco di pena, quasi urlo di dolore solidificato. I1 risolutivo dominio della sintesi formale, al di là dell'urgenza del motivo contingente, sa dare all'opera pregnanza di simbolo universale.
Del 1979 è il bronzo Guerriero morente, uno degli esiti più alti della scultura di Cirillo Grott: l'estremo abbandono del guerriero evidenzia la nuda e infinita pena dell'uomo, la sua connaturata precarietà esistenziale, che la vanagloria delle armi è ormai impotente a nascondere. L'opera è la dolorosa rivelazione, l'estrema presa di coscienza di una ferita originaria, coessenziale alla condizione umana.
Come in un'oasi di serenità l' animo di Grott sembra acquietarsi soltanto quando ritrae volti di fanciulli, quasi religiosamente colti nel loro assorto stupore, plasmati con sensibile immediatezza nella creta e sovente trasposti nel bronzo.
Sorprendente è come l'artista sia riuscito, nell'assolutezza della sintesi formale, a esprimersi compiutamente tanto nelle opere "monumentali" quanto in quelle di media e piccola dimensione. Per virtù d'arte ciò che appare limitato nell'ordine della materia può divenire incommensurabile in quello dello spirito.
Pure la problematica ecologica è acutamente sentita dal Nostro, come fra l'altro attesta la stupenda serie di formelle intitolata La morte della rosa, accorata sequenza espressiva del dramma della natura che va scomparendo. Dalla fine degli anni Sessanta a tutti gli anni Settanta Grott ha realizzato una graffiante serie di tecniche miste che costituiscono un'aspra critica alla stravolgente società dei consumi, che ha scambiato i fini con i mezzi e ha conseguentemente smarrito il senso dei valori. In queste opere l'uomo appare alienato, eterodiretto, stravolto frammento di una totalità irrimediabilmente perduta.
Spezzando il ritmo compositivo l'artista accentua, anche attraverso la febbrile concitazione del segno, tale senso di frammentarietà ed estrema precarietà, conseguente all'eclisse valoriale. Egli inserisce anche frasi, brevi versi, secondo un ritmo e un dettato interiore che si estrinsecano in una necessitata sintesi di pittura-scrittura. Sono le opere che hanno ottenuto il significativo, specifico apprezzamento del sociologo Ardigò, dell'Università di Bologna.
Il motivo della Crocifissione, sintesi misteriosa e drammatica di umano e divino, è fra i temi più sentiti e ricorrenti di Cirillo Grott, che lo ha realizzato prevalentemente in scultura, ma anche in pittura e disegno. Ricordo per la potenza espressiva una tecnica mista del 1964, pressoché monocroma se non fosse per un febbrile segno rosso che contorna con concitata discontinuità la dominante grigia delle figure, con il pathos estremo del Cristo brutalmente premuto da carnefici senza volto. Non si può parimenti dimenticare il grande Crocifisso che Grott appese per qualche tempo a un muro esterno della sua casa: un'opera di forte tensione drammatica, realizzata assemblando e saldando lamiere e materiali di scarto, quasi a significare le potenzialità catartiche dell'arte.
Della stessa intensità espressiva è l'altorilievo in bronzo rappresentante Cristo crocifisso su uno sfondo allusivamente nebuloso e inquieto che il Nostro presentò a Trento alla rassegna "Arte sacra" del 1983, alla quale parteciparono alcuni dei maggiori artisti italiani, fra i quali Trento Longaretti, Karl Plattner, Remo Wolf e Pietro Parigi.
Anche la figura di S. Francesco è fra i temi religiosi più amati e ricorrenti di Grott: fra le varie opere dedicate al "poverello d'Assisi" ricordiamo in particolare un bronzo del 1979 rappresentante il santo nell'atto di ammansire il lupo. La dolcezza dei volumi, il morbido scivolare della luce, la simpatia di linguaggio con cui sono concepite la figura umana e quella ferina sono consentanei alla mite e creaturale essenza del messaggio francescano.
Artista completo, Cirillo Grott è stato anche un valente pittore, un istintivo e insieme sapiente colorista: basti citare l'inquietante accensione cromatica, quasi un fuoco rivelatore nel cuore notturno dell'Ombra del silenzio (1987), una delle sue opere pittoriche più alte. Prezioso e di arcana risonanza è l'impasto cromatico dell'esotica Notte gitana del 1984, che realizza una compiuta sinergia fra materia, segno e colore. Di altrettanto felice orchestrazione sono i dipinti Amanti (1983-84) e Meditando l'amore del 1985, nei quali la gamma emotiva si dispiega sensibilmente (nelle sottili corrispondenze cromoluminari) fra la gioia, il presentimento e l'umbratile nostalgia.
A questo punto ritengo, più che opportuno, necessario parlare delle scelte culturali e di vita del Nostro che, nato e vissuto a Guardia di Folgaria, ebbe vivo e profondo il senso delle radici. Cirillo Grott era infatti, fra l'altro, un profondo conoscitore della "cultura materiale" della sua terra e un competente e assiduo raccoglitore di oggetti d'uso e d'affezione del vecchio Trentino, tanto da costituirne una significativa raccolta, quasi un principio di museo, che in qualche occasione espose anche al pubblico. La sua parte ha radici in questa tradizione e cultura, inscindibili dalla morfologia del paesaggio naturale e antropico, e la sua scelta di vivere a Guardia è stata per lui una precisa opzione, esistenziale prima ancora che artistica. Tuttavia l'opera di Grott ha un carattere di universalità che comprende la suddetta cultura e nel contempo la trascende. Anche perché l'artista ha viaggiato, ha conosciuto altri ambienti e culture, ha tenuto mostre in città italiane e straniere, tanto che la sua produzione scultorea è stata oggetto di tesi di laurea a Monaco di Baviera.

Grott ebbe una predilezione per antiche città d'arte e di cultura, quali Ferrara e Mantova in particolare. Nella città estense tenne una personale non dimenticata, mentre in quella dei Gonzaga partecipò, con un penetrante e ammirato "ritratto" del sommo poeta latino, alle celebrazioni del bimillenario virgiliano. I1 Nostro fu anche estimatore e amico del Premio Suzzara, al quale partecipò per diverse edizioni.
Grott ebbe una puntuale conoscenza dell'arte e, in particolare, della scultura del Novecento. Ne apprezzava i maggiori esponenti, fra i quali Martini, Marino, Moore, così come riteneva Augusto Murer insuperato nella scultura lignea contemporanea.
Grott conosceva anche la scultura romanica, gotica e rinascimentale, e nella sua complessa ricerca realizzò una sintesi ardua e originale, dalla quale bandì ogni stilema accademico. La sua arte, sempre sostenuta da una notevole provvedutezza tecnica e professionale, rifugge tanto dalle mode effimere quanto dalle etichette schematiche e riduttive: la sua produzione, anche nelle opere più tormentate dalla tensione della ricerca, rimane sostanzialmente nell'ambito figurativo, assunto come opzione di fedeltà all'uomo e al suo universo valoriale. Anche perché per Grott l'arte non può prescindere dalla comunicazione e, quindi, da un linguaggio universale.
Il realismo dell'artista trentino, mai meramente riproduttivo o mimetico, rimanda allusivamente all'oltranza del reale. In particolare le sue trepide figure femminili adombrano un mistero appena velato dalla grazia dell'apparenza.
Negli anni Ottanta, attenuata l'inquietudine esistenziale e della ricerca, il Nostro realizza opere che conciliano profondamente tradizione e novazione, forza e dolcezza, arcana suggestione e luminosa purezza. Basti pensare al fascino di alcune esemplari sculture lignee, quali Lo spirito della foresta, La dama e il quasi profetico Ultimo abbraccio, nelle quali si conferma la predilezione dell'artista per la scultura "in togliere" e in particolare per quella in legno, in quanto materia viva, in continuo divenire. Sono opere che vivono della dialettica fra liscio e scabro, fra il finito e la suggestiva allusività del non-finito: opere in cui traspaiono l'estrema ansia e l'anelito di perfezione di un artista mai pago dei risultati (pur ragguardevoli) raggiunti. Anche da questa tensione interiore deriva la predilezione per il legno, per la sua anima mutante, che fa di ogni scultura un"'opera aperta", che vive e continuamente si trasforma. Scolpire il legno significa anche realizzare un'interazione fra l'idea dell'artista e la struttura originaria del tronco selezionato, inverando l'intuizione baconiana secondo cui "la natura si vince obbedendole".
Scolpire il legno o plasmare la creta era per Grott il sublime travaglio del liberare lo spirito con nostalgia di perennità: l'anelito di una durata dell'opera oltre il limite della precarietà e della finitudine esistenziali. Forse anche per questo, malgrado la prematura scomparsa dell'artista, le sue opere divengono nel tempo sempre più vivide e vere.
Per molteplici aspetti la scultura di Cirillo Grott (per lui indefettibile ragione di vita e di fede) può considerarsi religiosa anche quando non pertiene direttamente al genere dell'arte sacra: ed è tale in quanto, pur dentro la storia, contiene un'ulteriore segreta tensione verso il superamento del contingente, verso una non mai appagata trascendenza. Squisitamente religiosa era l'inquietudine creativa del Nostro, che lo spingeva ad animare spiritualmente la materia subordinandola a un più elevato dominio. Nella sua opera l'anima si fa luce e apre nella "notte" della materia un trepido varco per l'aurora dello spirito.
L'arte di Cirillo Grott è essenzialmente religiosa, sia che rappresenti, di volta in volta, la "pietas" virgiliana o l'umiltà francescana, la crocifissione del Dio o quella dell'uomo, la gloria dell'Eterno o le spine del tempo. (Benvenuto Guerra)

Milano, 1992

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L'immaginario Poetico di Cirillo Grott

Guardia,una minuscola frazione di Folgaria che prende il nome dalla guardia che i signori di Castel Beseno avevano posto qui, a guardia della valletta che congiunge la Valle dell' Adige con Folgaria e i passi col territorio vicentino. Uno degli avi di Cirillo Grott - secondo le indagini di uno studioso tedesco di origine bavarese, dopo essere stato capomastro a Castel Beseno arrivò nel pugno di case per fare la guardia.
Con l' inizio la stirpe dei Grott che (assieme ai Plotegher)popolano tuttora il minuscolo villaggio. Nel 1908 il nonno paterno di Cirillo, Cirillo anche lui, comprò la chiesetta di Guardia, abbandonata perché se n'era costruita un 'altra, più capiente, inaugurata quell'anno. La ristrutturò ricavandone alcuni vani. Altri rifacimenti avvennero nel corso degli anni successivi, da parte di suo figlio muratore e di suo nipote, il nostro Cirillo. A ricordo dell'antica chiesetta, un fonte battesimale incorporato nello studio dell'artista: è in calcare grigio, a due conche. Vi è scolpita la data del 1797 e un fiore solare, un antichissimo simbolo di origine asiatica che possiamo ancora riconoscere intagliato sulle porte dei masi, delle baite e delle stalle di tutto l'arco alpino. Il paese è noto, oltre che per essere il villaggio di Cirillo Grott, per i suoi dipinti murali sulle case, di importanti artisti trentini e di altre regioni: una felice iniziativa che fu di Cirillo, interrotta dalla sua precoce morte ma continuata anche negli anni seguenti. Vado a visitare la casa-museo dell'artista (come mi è già accaduto altre volte): mi viene incontro la moglieAlessandra, una donna dalla corporatura sottile, gli occhi e le mosse vivaci, lo sguardo e il sorriso giovanili. Tutti, in famiglia e fuori l'hanno sempre chiamata Sandra; il suo cognome di ragazza è Frisinghelli, da Lizzanella, presso Rovereto.
"Oggi sono esattamente nove anni dalla morte di Cirillo - mi dice -. Lo conobbi a Rovereto, in una sua mostra a Palazzo Venezia, il 22 novembre 1964 Ci sposammo il 14 maggio di tre anni dopo, nella chiesa di Guardia. Negli anni seguenti nacquero tre figli maschi: il primo è cuoco diplomato e ha aperto un locale, la "Stube Grott"proprio qui vicino; il secondo è guardia forestale (ha preso da suo padre l 'amore per i boschi); il terzo, Florian, (che ha 25 anni) ha ereditato dal padre la creatività: si è diplomato alla scuola d'arte e ha da poco aperto uno studio d'arista, di pittura e scultura come Cirillo, a Rovereto. . . "...
Cirillo è stato un artista cresciuto, come si usa dire, dalla gavetta.
Figlio di un muratore, Claudiano, era stato messo alla scuola professionale di muratori di Folgaria, mostrando una notevole abilità al disegno tecnico. A 16 anni era apprendista in un laboratorio di sculture lignee di Folgaria, dove si producevano opere che partivano anche per l'America. Poi aveva frequentato la Scuola d'arte di Ortisei e quindi l' Accademia di Roma. 'A Ortisei ci trovavamo a discutere con Livio Adof e Markus Vallazza - racconta lo scultore e pittore Conta, oppure in qualche stube dove Cirillo suonava la chitarra e cantava, sfoggiando una splendida voce di tenore. . . ". A 26 anni aveva aperto un suo atelier a Rovereto, in via Paganini, iniziando anche, con l'aiuto morale dell' architetto e pittore Luciano Baldessari, una sua scuola privata d' arte. La morte lo aveva rapito a 52 anni, improvvisamente, mentre era ormai lanciato come scultore e pittore in mostre importanti in Italia e all' estero. Era il 1990. Quell'anno, in novembre, usciva il suo libro postumo 'Alla ricerca di un canto', curato da sua moglie, con una prefazione di Gino Gerola, lo scrittore folgaretano grande amico e estimatore di Cirillo. Il libro conteneva oltre un'ottantina di poesie inedite, trascritte dalla moglie. Poche settimane dopo, al Palasport di Folgaria fu presentato il libro e alcune liriche vennero interpretate alla splendida voce di Arnoldo Foà.
"Cirillo era un amante della poesia - racconta Alessandra -. Leggeva molti poeti: Garcia Lorca, Thomas Merton, i poeti russi, Ungaretti (a cui ha dedicato una poesia), Quasimodo. . . Quelle che abbiamo pubblicato sono solo parte delle sue poesie. Le scriveva su quaderni, su foglietti, su album di schizzi. Talvolta accostava i versi a disegni; altre volte inseriva testi in versi all' interno di disegni. Così, ad esempio, nel quadro La prova del fuoco, del 1979. Le poesie sono tutte scritte a mano: ma qualcuna la trascrisse a macchina, mandandola a qualche concorso di poesia. . . ".
(Renzo Francescotti)

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La natura e la violenza

Guardia è sorta in uno spiazzo strappato al bosco fitto, alta sopra la valle in un paesaggio di montagne, foreste e torrenti. In questi boschi Cirillo è cresciuto. Succedeva che - come narra la moglie - quando l'artista era tormentato da problemi tecnico-artistici apparentemente irrisolvibili, lasciasse tutto e andasse nei boschi. Ritornava placato, spesso riuscendo a risolvere il problema dopo aver osservato la natura, dopo aver capito le sue lezioni. "Quando la mano di una foresta mi tocca/il sole canta ai prati,/il minuscolo mondo dei prati. /Parole divine/giochi della luce nella luce. . . " (Canto alla mia natura). C'è nella natura un senso religioso, il senso del divino. E anche quando non induce a questi sentimenti, la natura è una presenza che placa. "Qui la notte è chiara e non grava/il male delle false sirene. /Qui il gioco della luce è amico/ della tempesta rossa del cuore. /Le mie fronde sono verdi/e l'azzurro dell'aria/è il mio respiro ". (Guardami). O ancora. "ll tuo richiamo/è un verde di pianure,/un colore di tramonti rossi. /Le torri dei cipressi laggiù confuse/segnano un bordo di nostalgica attesa/aspirata verso l'azzurro. . . " (Aspirata attesa). Versi, quest'ultimi, in cui la sensibilità del poeta si intreccia con quella del pittore, diventa una sorta di correlativo, di psicologia cromatica colorata di "verde', di "rossi', di "azzurro".

Il rapporto poesia-immaginario dell'artista si fa ancora più stretto in una lirica come Paesaggio in cui possiamo leggere versi come questi. ". . . il mio pensiero spazia lontano/ed il grosso tronco di noce/si trasforma in un Dio/dalle braccia alzate/ad afferrare il cielo bianco e lontano ". Nei primi anni Ottanta Grott lavorò a sculture ricavate da tronchi d'albero (ne parla Gerola in un articolo sull' Alto Adige del 2 settembre 1984). Era un 'operazione che negli anni precedenti aveva attuato quel grande scultore alpino (bellunese, di Falcade) che risponde al nome di Augusto Murer. La civiltà alpina ha sempre considerato il legno la materia più adatta non solo alla costruzione di edifici, ma di attrezzi, di prodotti artigianali e artistici. Il legno, o meglio i legni delle varie specie di piante, ognuno con colore, nodosità, compattezza diversa; di cui è necessario conoscere ogni segreto, materia che continua una sua vita anche dopo il taglio della pianta. La forma dei tronchi (che ricorda il torso umano), dei rami (che fa pensare alla braccia umane) rappresenta per le popolazioni alpine (e non solo) misteriosi archetipi in cui vita umana e vegetale si intrecciano, si confondono. È questo intreccio carico di simboli che Grott tenta di esprimere in scultura così come in poesia. Ma la natura, oltre che mistero, sacralità, serenità, bellezza contiene ed esprime anche violenza. Drammaticamente, la coscienza irrompe e rompe il bisogno di idillio. Cirillo esprime questa rottura in versi molto belli, che aprono il testo lirico Forse l'egoista: "Si scuote il bosco/nella notte della volpe/la protegge con il suo manto. /Quando la luna proietta l'ombra/delle fronde sui sentieri,/mani, dita tese segnano la preda al felino/che cammina in agguato/tra le rive sbiancate. . . "Si tratta tuttavia di una violenza fisiologica alla natura, alla sua sopravvivenza. È una violenza comprensibile. Quella che non è comprensibile è invece la violenza nel cuore degli uomini, la guerra, la morte inferta agli esseri umani.

"Ma la guerra del mondo continua/e la morte non preavvisa" dice il nostro poeta in C'è un libro svolazzante. E ancora: "ll fiume della sopravvivenza/ha sempre squarciato carni innocenti" (A noi serve solo amore). Un concetto che l'autore svolge più compiutamente nella poesia Uomo di sempre, che sembra pagare un debito alla quasimodiana Uomo del nostro tempo: ". . .Resta solo l'uomo di sempre/come la belva/che ha perso la misura del tempo. /Uomo che hai sempre ucciso…"
(Renzo Francescotti)


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I
l visionario e il silenzio

C'è un'anima celtica in Cirillo Grott che appare correlata al suo fisico gallico, di uomo dai capelli e dalla barba rossa. Si sa che, tra le componenti dell'anima celtica (la sacralità della natura, il coraggio oltre ogni calcolo, l' amore smisurato per la libertà. . .) l'immaginazione visionaria era una delle componenti fondamentali. I Celti non distinguevano tra materia e spirito, tra razionale e irrazionale, tra mondo dei vivi e mondo dei morti: erano convinti che si trattasse di un' unica realtà. Forze misteriose, energie vitali ruotano attorno a noi, a cerchio (un cerchio che si chiude per riaprirsi in un'infinita spirale) salgono a tracciare il cerchio infinito del cosmo. Tutto questo può essere espresso solo con un linguaggio visionario che non può definire ma solo alludere. C'è una poesia di Cirillo emblematica, sin dal titolo, in questo senso, Cerchi: ". . .Poi tracciavo cerchi/prima d'argento poi di fuoco. /Ma io ero proiettato nel tempo,/e andavo lontano oltre la mia terra,/verso un suono,/verso una luce, oltre il vetro". Un gesto visionario di approccio alla realtà che innerva molte pitture e sculture e tante poesie grottiane: "Uno strazio di grano/urla nel vento/nella marea dell'universo,/la terra sputò il suo male odioso ". (L'origine della creazione). Oppure: "La mia figura di stendardo/svolazzava nella brezza/in un cumulo di amore,/di occhi e di labbra". (Attorno al desco). E ancora: "Più cancello e più scopro il male/più mi allontano/e più vedo le lunghe corde/serpeggiare nei boschi,/più dimentico/e più si infuriano i latrati". (Il mio campo). Questo sentimento visionario, un po' alla William Blake, assume atmosfere apocalittiche in versi di pittorico surrealismo: "Qui volano uccelli strani,/macchiati dal fumo di armi/rosse come falci roventi. . . ', (Bilancio Finale). "Quanto muschio nasce verso nord/e i teschi stanchi nelle loro cupe galere/mangiano il bianco della neve. /Forse in fondo alla terra/il cratere partorirà con lava infuocata/una creatura che ancora non esiste/e vendicherà l' ingiustizia patita. . . " (Sopraffazione). "mani s'alzano dal mare/e le scogliere rosse/sfiorate dal sole/fanno cornice al cielo/avvolto di nebbie lontane. . . " (Il canto stonato). "I cavalli galoppano/intorno ai grandi fuochi delle montagne/con danze di alpestri/stretti alle falci del tramonto. . . " (Apri al giorno la vita).

Questa voce visionaria sa assumere accenti sorprendentemente profetici. Così ad esempio in una tecnica mista del 1972, Zona d'ombra in cui compaiono un profilo di corpo femminile, una spina dorsale scarnificata e un grembo femminile sedimentato di oscura materia. Il quadro ha un titolo enigmatico, dal sapore apocalittico: Studio per la scavatura mentale di una bestia basata sulla spina dorsale. E all 'interno del quadro la scritta "Zona ombra. Truffa conduce inchiesta". Si badi alla data: 1972. Alla moglie che lo interrogava sulla strambezza di quel quadro e di quelle scritte Cirillo anticipò quello che sarebbe accaduto vent'anni dopo con tangentopoli, profeticamente emblematizzato in quell' opera. . .

Alla fine, il silenzio. L 'ombra del silenzio è il titolo di un olio del 1987 con due figure, una femminile e una maschile avvolte da un'atmosfera oltre lo spazio e il tempo di un blu oscuro, cosmico, infiammato da una macchia rossa al centro della tela. E il titolo di una breve lirica, tra le più risolte del poeta, che riportiamo per intero:
"L'ombra del silenzio/ma eri solitario in quella sera,/le foglie degli ippocastani/grondavano di luce. /E l'esilio delle tue voci/era lontano".

Il silenzio può essere pauroso: "Mi impaurisce il silenzio ". (Il volo dei miei occhi). Può essere la sofferenza in silenzio, che alla fine lo cancella: "Il sentimento soffre immensamente, in silenzio/e in silenzio sparisce". (Aria di una canzone). Può essere il silenzio a cui seguiranno voci di bambini, stridere di carri, gracchiare di corvi all'alba in un giorno "tutto sommerso tutto chiaro " dopo una notte in cui: "Il resto era silenzio: quel silenzio/e il silenzio sparisce ". (Aria di una canzone). Può essere il silenzio a cui seguiranno voci di bambini, stridere di carri, gracchiare di corvi all'alba di un giorno "tutto sommerso tutto chiaro" dopo una notte in cui il resto era silenzio: quel silenzio/che domina il vento dall'alto. . . " (Io ti cercavo). Può essere il silenzio di chi attende muto, presagio del turbine, della follia, della morte: "Questo cielo, questo spazio/nella vita
può scatenare/il turbine, la follia e la morte. /Anche noi, come un prato, un albero, un cielo/attendiamo muti il domani". (Attendiamo muti il domani). Alla fine di tutto rimarrà il silenzio, immortale: "Tutte le stelle brilleranno/finché le vedrai/ma il silenzio è il silenzio,/è immortale". (Non contare su di me).

Quest'uomo di una religiosità profonda quanto non formale, che nel suo laboratorio ricavato da un'antica chiesetta lavorava accanto a un fonte battesimale, che sul tema sacro ci ha lasciato alcune delle sue sculture più intense come i bronzi Chi vuol seguirmi. . . (1960), La parola di Francesco (1979), L'incontro tra Pietro e Paolo (1980) ha lasciato scritto un'ultima Preghiera:

"Lasciami dormire in un sonno
Profondo, al di là delle pietre
Scavate dall'ultimo uragano.
Già molte siepi
Si sono divelte,
nel vento della storia.


Il suo è un sonno oltre la storia, oltre lo spazio e il tempo, nel blu profondissimo di uno dei suoi quadri.
(Renzo Francescotti)

Trento, 1999

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Cirillo Grott: dal legno alla scultura

L'opera plastica di Cirillo Grott si manifesta fin dalla prima occhiata con due caratteristiche tecnico-formali la cui piena percezione appare decisiva per la sua effettiva comprensione.
Da un lato l'impiego del legno, il materiale naturale che l'artista trovava "a portata di mano" nei boschi attorno al suo studio; dall'altro una sorta di "classicità contaminata" delle forme che muove da riferimenti storici, come Antelami e Wiligelmo, e giunge ad una espressività che tiene conto della lezione della "scultura lingua morta" di Arturo Martini.
Già in "Figura" del 1960 tali considerazioni risultano chiare così come è evidente che Grott ha già compreso ed acquisito, fin dagli esordi, il concetto di "potenza" della scultura, quella sua capacità, voglio dire, di manifestarsi come "evento concreto" e miracoloso prima di allora inesistente, in grado di occupare stabilmente lo spazio.
In questa prospettiva aver "letto", come pure è stato fatto, l'opera scolpita di Grott in una dimensione riduttivamente "popolare", appare un puro e semplice "equivoco critico" anche se, con tutta evidenza, I'artista era istintivamente animato da sentimenti umani e religiosi di grande intensità emotiva.
La verità è che nella scultura di Grott confluiscono elementi molteplici e complessi e convivono pacificamente i contrasti tra ragione e sentimento, natura e cultura, storia e memoria, in un viluppo inestricabile ed affascinante che si ricompone soltanto nel momento dell'evento plastico concluso.
Da un punto di vista strettamente formale Cirillo Grott appare consapevole che "l' arte nasce dalla storia dell'arte" e mentre ne "La modella" del 1984 è forse possibile "riconoscere" una figura delle Stagioni di Antelami nel battistero di Parma, ne "La contadina" dell' anno successivo, significativamente un omaggio ad Arturo Martini, pare concludersi un percorso di ricerca che possiede i caratteri di un "nomadismo esplorativo ed espressivo" riflettuto e consapevole.
È perciò anche evidente, a questo punto, che la preoccupazione più importante di Grott non è soltanto quella di "rappresentare" i sentimenti ma piuttosto l'altra di esercitare un linguaggio, quello della scultura, in grado di interagire sensibilmente con l'ambiente e con i riguardanti, con la luce e con lo spazio, con la natura e con la cultura.
Ecco perché la sua proposizione immaginativa oscilla costantemente e visibilmente tra un apparente realismo ed un allusivo simbolismo, a volte ricercando la "bella forma" finita e levigata, altre volte lasciando deliberatamente incompiute le figure, in una sorta di "non finito" che rivela allo stesso tempo l'anima della materia e quella segreta delle forme.
Il legno - tutti i tipi di legno, il melo ed il pero, il cirmolo ed il larice, I'acero e l'ulivo - si rivela allora, con le sue caratteristiche naturali, come un materiale straordinariamente affine al suo "progetto espressivo" e sembra già possedere al suo interno le figure "ossessionanti" della sua immaginazione che non richiedonó altro che di essere "liberate", portate alla luce attraverso il processo della scultura.
La predilizione per un materiale, d'altronde, non è mai casuale nei processi creativi di un artista e spesso rivela perfino una connotazione di ordine "morale".
Nel caso di Cirillo Grott il "rapporto morale" ch'egli aveva con il suo ambiente, con i suoi alberi, appare centrale e determinante nella manifestazione del suo mondo immaginativo.
I legni di Grott possiedono infatti, non a caso, una sorta di "grazia" indicibile che probabilmente scaturisce da una sua personale e misteriosa "armonia terrena non priva di trascendenza".
È per tale via che lo scultore ha saputo trasformare la fisicità del legno in materia viva e pulsante, trasfigurarne i nodi e le venature in segni espressivi simbolicamente riconoscibili, e distanziare infine il suo "realismo" dalla semplicistica rappresentazione.
Con una operazione che è innanzitutto poetica, esibita nelle sembianze concrete dell'evento plastico. (Enzo Di Martino)

Venezia, settembre 1994

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Scolpire nel Santo Nome di Maria

Il cielo all'orizzonte è una fascia di luce ramata. La casa di Cirillo Grott a Guardia di Folgaria, assorta in silenzi eloquentemente sacrali sulla falda della montagna, sembra ergersi come le opere dello scultore trentino scomparso dieci anni fa. Tutto intorno brilla di uno splendore adamantino punteggiato di fiori e piante profumate. Una porzione di nordico paradiso per statue forgiate in perenne simbiosi con la natura e nel diuturno colloquio intarsiato di consonanze domestiche e di rimandi all'iconografia del divino. All'interno la casa musco, nel suo rapporto dialettico tra spazi raccolti ed echi lontani, è speculare alle sculture nutrite di affetti umani e di mistiche tensioni. Presenze che la sintonia con il messaggio mariano alla maniera del sommo Dante, rende magiche e perfette. Uscite dal cuore della vallata, queste figure intrise di significati etici e di valenze estetiche a colmare il vuoto della società di oggi, esplicitano l'impulso forte a creare. Sono forme ed equilibri possibili solo a chi, come Grott, non ha fatto dell'arte esibizione, ma esercizio di sintesi assoluta. Dove lo studio dei grandi di ogni tempo, e l'impegno a lavorare con le sue mani di artista, ne avevano acuito la fede, la vocazione di scultore e l'amore per la famiglia eletto ad emblema di salvifico motore universale.
Un credo imprescindibile da questa individualità artistica che la mostra alla Abbazia di Monte Berico esalta nell'anno giubilare i capolavori d'arte del maestro. Fra il verde della riviera berica, in uno spazio deputato alla magnificenza delle opere, dal bassorilievo al tutto tondo. che in terra veneta danno testimonianza della venerazione con cui l'artista trattava la materia.
Soprattutto il tronco dell'albero, tabernacolo della vitalità e della plasticità della scultura, immancabile parametro per carpire duttilità e segreti pure da metalli e crete. Si tratta di una ricerca di evidente auto
nomia espressiva avendo il suo artefice mirato a sottrarre all'elemento primario l'appesantimento materico per decantare in modo originale, stati di grazia quali: la fuga dalle tentazioni, il prodigio dell' unione, il miracolo della nascita e le tenerezze della maternità. Lo si nota bene nella presente rassegna, dalla "Pietà" compiuta nel '63, in parte legata al gotico e alle esperienze accademiche, fino agli ultimi legni tendenti all'astratto. Un iter che raggiunge l'apice per intensità creativa nel 1989. Quasi a convalidare l'affermazione che nei passaggi della nostra vita, quello verso la morte, è il più ricco di attività mentale. Come in un sogno potenziato, durante il quale l'occhio del nostro intelletto abbia a posarsi su persone e idealità, allorché l'anima si prepara a librarsi dai vincoli del corpo, riuscendo a contemplare con sguardo limpido la verità. Una visione che Grott, anche poeta e pittore, ha effigiato, eternando nelle creazioni che vediamo e nei versi che abbiamo scelto, gli esiti del suo lungo indagare sul potere dell'arte a difesa dei valori della vita. (Marica Rossi)

Vicenza, agosto 2000

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L'arte e il mistero cristiano

"La lunga catena dei materialisti, vede un artista nella sua azione, ma non lo vede nel suo cuore! (...) Attendo e muovo le mani nella mia materia per trarne una vita (...) Vorrei che la mia scultura amica di quei ceppi e di quegli abeti tra cui sono nato, scovasse nell'anima della mia gente ciò che desta stupendo interesse della natura (...) cerco il mio mondo e dono il mio mondo...".
Sono partito di qui per esplorare il mondo di Cirillo Grott, da queste schegge-testamento del suo pensiero che sono poesia, per scoprirne l'anima, per scoprirne l'artista. Poi mi sono incamminato verso le radici della sua esistenza verso Guardia di Folgaria, in Trentino, per chiedere anche "alla materia il valore di se stessa".
Il legno, il bronzo, la carta, la tela...
Mi sono lasciato sedurre da quei legni: larice, acero, pino, pruno, melo, cedro, cirmolo, e da quei bronzi. Fonti di ispirazione l'uomo e la donna, I'amore e la sofferenza, I'amore e la morte, l'amore e la vita. Forza e mitezza fiducia e speranza. Un dialogo continuo tra la terra e il cielo, attraverso quei valori terreni che parlano di amicizia e di solidarietà e che si contemplano nelle parabole del Vangelo: "Siedi fratello, parla con me. Parla del tuo giorno, muovi i tuoi sogni verso altre strade e chiamami: ci aiuteremo".
Ho letto in quelle possenti forme un colloquio intenso e raccolto. Quell'uomo, quella donna, quel bambino sono una forza compatta non solo nella forma, ma nell'intimo e nello spirituale: rappresentano la sacralità della famiglia, dove si possono leggere le connotazioni di quella di Nazareth, e di altrettante famiglie, in qualunque altro punto della terra, dove si soffre e si piange insieme, dove si gioisce e si spera. Così la madre e il bambino, nell'abbraccio, ancora la forza della materia e la forza di un dialogo generoso e altrettanto silenzioso e coraggioso: "...dietro la figura femminile e della madre vi è quello della pace, della non violenza, della famiglia che considero un cardine della società...".
"Hai dato il volto a un angelo, e nel seno vibrava l'amore per un essere. Il nodo alla gola chiudeva le tue lacrime belle come gocce d'argento. Una mano seminava fiori quel giorno che il cuore toccava, riscaldava e dava vita a una pietra".
Grott trova nella materia lignea, nei nodi e nelle venature i protagonisti del suo messaggio; vi legge dentro, li cava fuori. Si compiace di sgrossare la forma che poi accarezza, la assoggetta e ne resta assoggettato. Intravede il dramma del "sofferente", Cristo o di un altro uomo oppresso e lacerato dalla guerra, dalla tragedia, dalla disgrazia che egli sublima.
"Ci sono traguardi migliori al di là del pianto. Ma le passioni della vita torturano l'anima per renderla più pura, per distanziarla dal materialismo. Noi raramente sentiamo questa voce che si ribella alla vita. Ma questa è la voce che viene dall' infinito, quell' essere intramontabile, direttore delle nostre passioni". E ancora: "ci serve solo un cuore provato. L'egoismo di un uomo di qualsiasi tempo ha sempre sparso arsura nell'aria, ha sempre rubato l'aria al proprio amico..." e, più avanti, "ci serve la mano e il sorriso perché ci appartengono. Ci serve ricordare la bellezza (...) l'amore (...) e tanti fiumi d'acqua che scorrono senza fine". (Mario Marchiando Pacchiola)

Pinerolo, novembre 1995

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Cirillo Grott Bildbauer und Poet
  (testo originale in tedesco)        

Schloß Maretsch zeigt, wie bereits kurz berichtet, bis zum 26. März 1991, eine Gedächtnisausstellung des vor kurzem verstorbenen Künstlers Cirillo Grott aus Guardia bei Folgaria. Eine Kunstschau (Plastiken und Zeichnungen), die unter dem Motto steht "auf der Suche nach einem Gesang", und in der Tat, das Oeuvre von Grott ist offensichtlich ein Suchen nach einer einprägsamen, reinen, befreinenden Melodie, die der BildLauer in seinen letzten Werken gefunden zu haben scheint.

Grott, der sich in seiner Kindheit schwer durchkämpfen mußte, bis er zu einer künstlerischen Ausbildung kam, bewegte sich in seinem künstlerischen Gestalten formal zunächst auf der Spur etwa eines Maillol, wie der französische Bildhauer "füllt er die Gliedmaßen mit dem Gewicht der Erde". Grott arbeitet zuweilen intensiv aus dem Holzstamm heraus, befreit die Figuren aus dem Amorphen, gibt ihnen Leben und Gefühl, schlanken Mädchenkörpern verleiht er den natürlichen Wuchs von Pflanzen. Eine männliche Antwort auf die lyrisch weiblichen Körper sind einige blockhaft gestaltete Figuren, in denen die Kraft im Inneren geballt erscheint, während sie außen rational gegliedert sind.

Besonders beeindruckend ist der Gefangene. Hochaufgereckt steht er im Raum, verstümmelt, mit geschlossenen Augen läht er Qual und Pein über sich ergehen, duldet und leidet, ist zwar äußerlich geschändet - es fehlen ihm die Arme, doch er ist seiner Sache treu geblieben, sein Antlitz ist intakt, sein Ich bleibt rein und frei.

In der geschlossenen Komposition Liebe und Tod oder Letzte Umarmung (das letzte Werk des Künstlers) wird das ewig gültige Thema des Eros-Thanatos, Liebe-Tod, plastisch ergreifend gestaltet. Hände halten und stützen, geben und nehmen, das unendliche Werden und Vergehen wird deutlich "greifbar".


Cirillo Grott war nicht nur bildnerisch tätig, er hat auch Lyrik geschaffen, hat sich viel mit ästhetischen und humanen Problemen beschäfigt, eine Frucht seiner Uberlegungen sind in der Ausstellung einige Zeichnungen, die einen offenen, kritisch-optimistischen Geist erkennen lassen. Deshalb wohl ist in Grotts gesamtem Werk immer wieder von Kindern und Blumen, von Träumen und Liedern die Rede, von Schönheit und Liebe, Themata einer überzeugten, perennen Humanitas, die trotz Zerstörung und Tod weiter existiert.
(Josef Unterer)

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Cirillo Grott scultore e poeta         (versione italiana)

A Castel Mareccio viene presentata, fino al 26 marzo 1991, una mostra commemorativa dello scultore Cirillo Grott di Guardia presso Folgaria. Una mostra che comprende sculture e disegni e che s'intitola "Alla ricerca di un canto". E infatti tutta l'opera di Grott sembra essere stata, in forma metaforica, una ricerca di una melodia espressiva pura, liberatrice, che l'artista è riuscito a trovare nelle ultime grandi opere.
Grott da ragazzo fece una vita dura, ma già in gioventù si sentì attratto dall'arte. Iniziò il suo percorso artistico ispirandosi ai modi del francese Maillol, e come lui accentuò le membra umane, dando loro "il peso della terra"; spesso Grott dava forma alle sue sculture lavorando il tronco stesso, liberandolo dall'amorfo, dando all'opera vita e sentimento. Ai leggiadri corpi di fanciulle presta il naturale ritmo di giovani piante. In antitesi a queste forme liriche stanno le sculture virili, nelle quali il vigore sembra racchiuso all'interno, mentre esteriormente sono costruite in modo cubista-razionalista.
Molto impressionante appare la statua simbolica Prigione: l'uomo è mutilato, tiene gli occhi chiusi, si sorregge, sopporta ogni tormento e pena, soffre, esteriormente sembra violentato, gli mancano le braccia, ma il suo viso (e il suo spirito) è intatto, è rimasto fedele a se stesso, la sua anima è pura e libera.

Nella composizione Ultimo abbraccio 1'artista ha sviluppato in modo commovente e convincente il tema perenne dell'eros-thanatos, dell'amore e della morte: le mani tengono e sorreggono, offrono e prendono: una plastica espressione dell'amore coniugale, del presente e del futuro, di quello che rimane e quello che svanisce...

Grott non era solo scultore e pittore, scrisse anche poesie, si occupò intensivamente dei problemi estetici e urnani. Nella mostra si trovano disegni "descritti" che dimostrano chiaramente questo suo spirito aperto, critico e ottimista. Il suo ottimismo è visibile nei temi preferiti dallo scultore-poeta: bambini, fiori, sogni, canti, amore e bellezza... Temi di un umanista e credente, il quale era convinto che, nonostante la distruzione e la morte, lo spirito e l'opera sarebbero sopravvissuti in futuro. (Josef Unterer)


Castel Mareccio, 1991

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Il sentimento nel legno

Cirillo Grott pittore, scultore. Cirillo Crott uomo della montagna, quasi nascosto quassù a Guardia, una delle più piccole e sicuramente tra le più belle frazioni della vasta comunità folgaretana.

"Per la mia attività sarebbe molto più sensato vivere in qualche grossa città come Venezia, Bologna o Milano", mi racconta mentre, non senza fatica, posiziona un grosso tronco su cui ha già abbozzato una figura. "Ma non potrei ritrovare in città quello che qui ho appena fuori l'uscio di casa - prosegue -: il paesaggio, la natura, il legno vivo nel bosco, il ritmo del vivere in parte ancora legato al succedersi delle stagioni... Sono un uomo cresciuto in montagna, qui sono nato, qui la mia famiglia esiste da sempre. Sarebbe come strappare una pianta dal suo terreno naturale. Come potrebbe attecchire altrove?"

I colpi di mazza e scalpello sono precisi, sicuri, a volte violenti. E lui colpisce con forza, deciso. "Scolpire è faticoso", mormora mentre si sposta mezzo passo indietro per studiare la figura che sta per delinearsi sempre più precisa.

"Coltivo un sogno, un'aspirazione - continua -. Mi piacerebbe che a Folgaria nascesse una scuola per la lavorazione artistica del legno. Purtroppo manca questo tipo di cultura, a parte qualche piccolo esempio marginale. Non si tratta di pensare a una scuola d'arte, ma di artigianato artistico. È diverso. Sarebbe un'opportunità economica in più che valorizzerebbe la nostra offerta turistica, soprattutto nelle frazioni..."

Dalla vigilia di Natale, Grott tiene aperta qui a Guardia, in una cantina proprio all'inizio del paese, una piccola esposizione che porta il titolo di "La mostra della natività e della madre". "È solo un abbozzo di quello che potrebbe essere e che spero di poter realizzare il prossimo anno - dice -. Vorrei allestire una mostra che occupi diversi ambienti, che coinvolga tutta la frazione. Così come i murali sono sparsi su diverse case, sculture mie e di altri artisti potrebbero trovare posto in 'vòlti' diversi."

La natività e la madre. Perché ricorre così frequentemente questo tema nelle opere, anche pittoriche, di Cirillo Grott?

"La natività è un tema squisitamente natalizio - risponde -, però è vero che è un tema a cui dedico molta attenzione, che mi appassiona. Vedi, forse il significato sta nel fatto che ho perso mia madre quand'ero ancora molto giovane. È qualcosa che è rimasto dentro, non ancora risolto. Poi ritengo che la figura della madre sia fondamentale, sia nella vita delle persone sia da un punto di vista esistenziale, filosofico. La madre è l'origine di tutto, è colei che origina l'esistenza. È l'antitesi della morte."


E il tema della morte?

"Non rappresento la morte. La morte è. Esiste. Ineluttabile. Dove c'è la vita non può mancare la morte. Forse rappresento spesso la figura della madre, e quindi la vita, per esorcizzare la paura della morte. Ma non è solo questo. I1 discorso è molto più complesso: dietro la figura femminile e della madre in particolare vi è quello della pace, della nonviolenza, della famiglia che considero un cardine della società. Dietro la figura femminile vi è infine l'approccio con il corpo, lo studio delle linee, la bellezza della figura..."

Continua a scalpellare con forza. Il legno rimanda sempre più l'immagine di due corpi abbracciati, stretti, quasi fusi uno nell'altro.

Fernando Larcher

3 gennaio 1990

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Biografia di Cirillo Grott



© 2000 - 2010 Grott
ultimo aggiornamento
12 marzo 2010

Casa - Museo Cirillo Grott
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tel. +39 0464 720190 - fax +39 0464 721638

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